Ci si proietta al Futuro con uno sguardo al Passato…Ritorna il Logo originario del Vespa Club D’Italia

Alcuni cenni storici….

LA NASCITA DEL VESPA CLUB D’ITALIA E L’IMMAGINE CHE LO RAPPRESENTA

Nei primi due anni di produzione della Vespa acquistare un esemplare, per la maggioranza della popolazione era quanto meno proibitivo. Se al debutto infatti a fronte di una paga media dell’operaio di 10.000 lire la Vespa costava 65.000 lire, la stessa solo due anni dopo aveva già raggiunto la sbalorditiva cifra di 158.000 lire. I primi acquirenti furono così inevitabilmente perlopiù, medici, liberi professionisti, possidenti e persone più agiate in genere. Figure spesso mai salite prima su una motocicletta, persone quindi molto diverse dal tipico centauro. I motociclisti stentavano a trovare comune condivisione con i vespisti, in quanto per loro la Vespa rappresentava solamente un surrogato, ma il loro atteggiamento di sufficienza, talvolta anche sprezzante, era già stato previsto da Enrico Piaggio. Fu anche per questo che l’industriale offrì i primi mandati di vendita a coloro che erano già rivenditori di auto, non solo quindi perché i loro clienti era generalmente più facoltosi ma soprattutto perché in tema di due ruote questi utenti, proprio come i rivenditori stessi si sarebbero dimostrati meno ancorati a pregiudizi. A riprova di questo è sufficiente osservare come degli otto concessionari della Vespa presenti nel territorio nazionale all’inizio del ‘46 uno solo avesse goduto di un passato da rivenditore di moto. Si trattava di Luigi di Gennaro di Roma e questo perché a differenza degli altri motociclisti, diede subito a Piaggio tangibile dimostrazione della sua mentalità molto aperta verso l’avveniristica Vespa. 

I Vespisti, a differenza del più verace motociclista, trovavano nel proprio mezzo un semplice e confortevole veicolo da turismo a corto raggio. Un mezzo consono ad una borghesia più pacata dei molti cavalieri del rischio presenti tra le fila dei motociclisti. Ad aumentare lo scetticismo dei centauri contribuì anche il fatto che grazie alla Vespa, molte donne trovarono una nuova indipendenza motoristica prima sconosciuta. Per questi motivi, perlopiù di natura culturale, i primi vespisti raramente condivisero gite o scampagnate con i centauri. Iniziarono così spontaneamente nell’estate del 1947 a costituirsi dei piccoli gruppi di marca in diverse città d’Italia. Il primo sodalizio a balzare alle cronache fu il “Gruppo Vespistico Anconetano”, seguito a breve da diversi altri gruppi sorti nelle città di Torino, Roma, Milano,Cava dei Tirreni, Napoli e Catania. Il “Gruppo Vespistico Anconetano” merita un particolare approfondimento. Il sodalizio nato su impulso dell’ing. Giuseppe Pambianchi (neo concessionario per le provincie di Ancona, Pesaro e Macerata), già nel mese di giugno contava una ventina di adepti. Pambianchi che fino al settembre del ‘43 aveva lavorato nello stabilimento Piaggio di Pontedera, come direttore dell’Ufficio Tecnico della sezione velivoli aveva infatti chiesto all’inizio del ‘46 ad Enrico Piaggio l’esclusiva di vendita dell’esordiente Vespa nelle Marche. Una scelta che oltre a permettergli con molta probabilità un maggior guadagno gli avrebbe al contempo consentito di rientrare anche nella propria regione d’origine. Tuttavia nello stesso periodo in cui Pambianchi apriva la S.E.R.T.A (Studi e Rappresentanze Tecniche Ancona), un altro uomo di punta lasciò la Piaggio: l’Ing. Carlo Carbonero. Il valente tecnico di origini piemontesi affiancò così alla propria momentanea attività quella dell’ing. Pambianchi, partecipando in prima linea alle prime uscite vespistiche e facendosi fervido promotore del nascente sodalizio. Uomo molto preparato, astuto e lungimirante, Carbonero alla fine del ‘47 fu nuovamente convocato da Enrico Piaggio, il quale gli affidò l’incarico di dirigere la S.A.R.P.I (Società Agenzie Rappresentanze Industriali) una sorta di “ consolato” della Casa a Milano. Al contempo, grazie all’iniziativa dimostrata ad Ancona, Carbonero assunse così per la Piaggio anche il ruolo di direttore Sportivo. Il nascente fenomeno che si stava formando non sfuggì al giornalista milanese Renato Tassinari, figura molto conosciuta nell’ambiente giornalistico e sportivo. Tassinari era stato prima redattore della “Gazzetta dello Sport”, per poi assumere dal 1938 al 1942 la direzione del quotidiano sportivo “Il Littoriale”. Nel secondo conflitto mondiale fu anche inviato speciale della Regia Marina e capitano automobilista sul fronte Albanese. Vice-presidente della Reale Federazione Motociclistica Italiana (precedente denominazione della FMI dal ‘33 al ‘45), autore di diverse pubblicazioni sportive, Tassinari fin dagli anni ‘30 sollevava l’esigenza, nei suoi articoli, di un mezzo a motore economico, a beneficio di una più ampia cerchia di persone. Affrontò così prima del secondo conflitto mondiale il tema della “moto del popolo”, facendosi promotore diretto di iniziative affinché il veicolo utilitario prodotto in serie potesse concretizzarsi e penetrare capillarmente nello strato sociale degli italiani. In occasione della XX° Esposizione del Ciclo e del Motociclo di Milano del gennaio 1939, Tassinari su “Il Littoriale”, diede addirittura luogo ad un vero e proprio dibattito, esteso non solo ai tecnici e ai costruttori, ma anche alle figure istituzionali. Grazie al contributo degli intervenuti fu così tracciato in quei giorni una sorta di identikit della motoleggera utilitaria ideale: doveva raggiungere la velocità di almeno 45 km/h, consumare al massimo 45 km per litro e contare su forniti magazzini per i ricambi in modo da garantire all’utente assistenza pronta e capillare. Poi serviva un efficace propaganda, volta a creare un cliente che (ovviamente in senso lato) ancora non “esisteva”. L’ing. Alberico Seiling aggiunse anche “…la motoleggera va pensata con una “linea” accattivante e raffinata perché nessuno abituerà gli italiani al brutto”, aspetto anche questo,molto ben interpretato pochi anni dopo dalla casa costruttrice della Vespa. La “moto del popolo” sarebbe infatti divenuta realtà solo dopo la guerra trovando la sua più alta espressione proprio nello scooter fabbricato a Pontedera. Tassinari nel 1947 comprese che il seme dell’ideale da lui per primo promosso, addirittura senza il contributo dello stato (come lui anni prima invece auspicava), stava finalmente per divenire realtà.

 

Particolarmente esposto a livello politico durante il precedente governo, terminata la guerra Tassinari si era ritrovato decisa mente ridimensionato e privo di incarichi di spessore. Fu solo nei primi giorni del ‘48 che Enrico Piaggio individuò nella sua persona la competenza e l’iniziativa adatta per promuovere il proprio prodotto. Per l’industriale il passato di Tassinari e i suoi rapporti di parentela con la famiglia Mussolini (Tassinari era cognato di Vittorio, secondogenito di Benito Mussolini) non rappresentavano un ostacolo. Per Piaggio contava solo il risultato. L’accreditato giornalista chiese così al grande capitano d’industria il consenso e l’appoggio per organizzare un grande raduno nella città di Milano, con l’intento di sferrare un’energica mossa pubblicitaria e di saggiare concretamente anche le reali possibilità aggregative della Vespa. La data scelta fu quella del 9 maggio 1948: giunsero in mille, dando luogo a quello che passerà alla storia come lo “Sciame d’argento” appellativo suggerito dalla tinta predominante degli esemplari partecipanti. Carismatico e grande oratore, Tassinari incoraggiato dall’esito del grande evento presentò così a Piaggio un progetto ambizioso (erano le basi del futuro Vespa Club d’Italia) volto a coordinare tutti i Vespisti d’Italia attraverso iniziative intese a favorire il turismo, l’aggregazione e di conseguenza la promozione del marchio a vantaggio delle vendite, aspetto ovviamente di non poca rilevanza per l’ambizioso industriale. Negli stessi giorni a ridosso dello “Sciame d’argento” a Modena su iniziativa di un gruppo di appassionati possessori dello scooter di Pontedera fu fondato il primo “Vespa Club”. Saranno proprio i modenesi infatti a divenire i precursori dell’utilizzo della denominazione destinata ad entrare nel linguaggio vespistico mondiale. La rivista “La Moto” il 15 luglio del’48 scriveva: “Pensiamo che il Vespa Club di Modena sia il primo club interamente formato da possessori di scooter, ma il merito maggiore dei suoi fondatori non sta solo in questo ma nel fatto di avere, mentre ancora si stanno preparando i quadri organizzativi, già organizzato e degnamente condotto un raduno di Vespa”. Il sodalizio che già nel mese di giugno contava una quarantina di soci organizzò infatti per il 4 luglio il suo primo raduno all’Abetone, dove oltre ai soci modenesi parteciparono anche vespisti delle province attigue. Al raduno prese parte da Pontedera anche l’Ing. Vittorio Casini (responsabile del reparto Sperimentale) che riportò poi al dott. Piaggio le proprie impressioni sull’iniziativa dei modenesi. Le gesta di questo piccolo Club giunsero anche alla stampa nazionale fornendo così spunto di riflessione anche per altri gruppi. Nel volgere di poche settimane la denominazione “Club” iniziò a penetrare nel tessuto vespistico nazionale tanto che anche il gruppo anconetano cambiò la propria denominazione da “Gruppo Vespistico Anconetano” in “Club Vespisti di Ancona”. Il Vespa Club d’Italia sorse solo qualche mese dopo, un documento di recente ritrovamento dimostra infatti come il 3 gennaio del 1949 questo avesse già emesso le proprie linee guida volte alla costituzione dei Vespa Club locali. La Piaggio acquisì il timone del movimento nazionale nominando presidente provvisorio il dott. Tassinari che nel frattempo era già divenuto addetto stampa della Piaggio nonché co-direttore insieme al dott. Umberto Piccini della rivista ufficiale della Casa. Piccini garantiva la presenza della Casa sulla testata, per consentire alla Piaggio la proprietà editoriale, in quanto Tassinari non era dipendente diretto della Società, ma libero professionista, della stessa risultava infatti consulente.

Le prime norme per la costituzione dei Vespa Club 
Il documento redatto da Renato Tassinari, è ufficializzato mediante un semplice timbro recante la scritta
“Vespa Club d’Italia – Il Presidente”. Il famoso logo a corona dentata comparirà in un secondo momento.
Documento: archivio Paolo Zanon

Il documento che reca il timbro “ Vespa Club d’Italia” riporta i passaggi volti alla costituzione dei primi Vespa Club sparsi nella penisola: i Vespa Club destinati ad incontrarsi in autunno a Viareggio presso l’Hotel Belmare per definire i successivi passi di un grande sogno. Il 23 ottobre, giorno del primo Congresso i presidenti delegati dei 27 club già sorti giunti a Viareggio Approvarono così lo Statuto, procedendo alla nomina del Consiglio, compresa la conferma di Tassinari come presidente. Quel giorno il Vespa Club d’Italia assunse così la sua veste ufficiale, dando luogo alla prima federazione di club di marca al mondo. Quella domenica si decise inoltre che l’associazione avrebbe mantenuto la denominazione già precedentemente usata “Vespa Club d’Italia” e sempre in quell’occasione fu deciso di studiare anche il marchio e la tessera nazionale. L’immagine del marchio fece così la sua prima comparsa in bianco e nero un paio di mesi dopo nella rivista “Piaggio” numero 8 uscita nel gennaio 1950. Tuttavia nello stesso periodo il marchio iniziò a circolare nei depliant informativi anche la versione a colori. L’ esecuzione grafica del primo marchio distintivo differiva dalla versione successiva per il colore delle tre vespe caratterizzate dalle ali ancora a tinta neutra e per il tratto grossolano sia sulla linee di terra che di mare; al posto della bandiera compariva poi la scritta “Presidenza”.

 

 

A sinistra: primissima immagine del marchio comparso sulla rivista «Piaggio» n. 8 del bimestre Gennaio-Febbraio 1950. A destra: lo stesso marchio nella versione a colori.

Come si può notare, in questo articolo non parliamo di “logo” in quanto quello che in gergo siamo soliti definire tale, in realtà costituisce a tutti gli effetti un marchio. Il logotipo o logo, dal greco logos (parola, discorso) rappresenta infatti sempre la sola parte leggibile e pronunciabile di un marchio. Nel nostro caso quindi il nostro logo è rappresentato dalla sola scritta “Vespa Club d’Italia”.
La combinazione del logotipo con il pittogramma (nel nostro caso costituito dalla corona dentata, dall’Italia e dalle tre vespe) danno luogo invece a quello che si definisce appunto marchio. Quest’ultimo viene solitamente anche protetto attraverso il deposito all’Ufficio Brevetti e Marchi d’Impresa: accorgimento che in seguito non sarebbe stato di certo trascurato dall’attenta Società Piaggio. Oggi del bozzetto originale del Vespa Club d’Italia si è persa traccia, ma fortunatamente rimangono alcuni importanti bozzetti suoi “fratelli”, tra cui quello del Vespa Club d’Europa e del Vespa Club California, eseguiti entrambi dalla ditta Fratelli Lorioli di Milano. La Lorioli sviluppava i bozzetti finalizzati certamente anche all’utilizzo su stampa, ma pensando soprattutto al loro possibile sfruttamento per l’ottenimento di oggetti ricavati in incisione in basso e alto rilevo. L’azienda non eseguiva infatti illustrazioni fini a se stesse ma bensì finalizzate a produrre soprattutto distintivi, portachiavi, placchette sociali e trofei.

Il marchio storico del Vespa Club Italia in seguito depositato presso l’Ufficio Centrale Brevetti dalla Società Piaggio & C. S.p.A.

Sono infatti pervenuti innumerevoli altri bozzetti relativi ad oggetti di questo tipo dove la prestigiosa azienda fu per il Vespa Club d’Italia, assieme alla ditta Picchiani e Barlacchi di Firenze, la principale fornitrice. Ciò che fa fortemente supporre che anche il logo del Vespa Club d’Italia fosse stato sviluppato dalla ditta Lorioli è suggerito dal fatto che questa tra le due fu la principale produttrice del materiale istituzionale per l’associazione. Un altro indizio sarebbe anche fornito dallo stile della raffigurazione, il medesimo presente nelle altre esecuzioni prodotte al tempo dalla Ditta. I bozzetti prodotti dalla Lorioli sul tema Vespa furono infatti eseguiti sempre per mano di Costantino Affer. Di origini milanesi nato nel 1906, Affer aveva iniziato gli studi alla Scuola Sociale Umanitaria, concludendoli poi alla scuola di Brera. Specializzatosi come scultore, incisore e soprattutto medaglista entrò a far parte della Lorioli negli anni ‘30. Si formò così sotto l’ala del grande artista Publio Morbiducci da cui assorbì molto della sua tecnica, tanto che la similitudine dei due stili già nei primi anni ‘40 si dimostrava spiccata. Dopo la guerra Costantino Affer diventò così al posto di Morbiducci il responsabile artistico della Lorioli. Al di là del tema Vespa, Affer diede luogo ad oggetti d’arte in grado di abbracciare livelli decisamente alti. Sua è anche la medaglia ufficiale per i Giochi olimpici invernali di Cortina d’Ampezzo. Le sue sculture sono oggi esposte oltre alla Galleria d’Arte Moderna di Bergamo anche al Museo aeronautico a Mosca e al Museo di Oslo. A dimostrazione di come certi marchi del tempo presero vita da mani alquanto abili. Osservando lo stile presente nella raffigurazione del marchio Vespa Club d’Italia si è portati a credere quindi che anche questo fosse stato opera della ditta Fratelli Lorioli. D’altronde la Lorioli aveva la sede principale a Milano dove risiedeva anche la sede del Vespa Club d’Italia. Tassinari poi, milanese anche lui conosceva questa azienda e i suoi mirabili lavori da quasi vent’anni. Anche la Piaggio stessa conosceva la Fratelli Lorioli in quanto sua fornitrice degli scudetti e delle scritta per lo scudo della Vespa fin dal ‘46. Per quale motivo quindi non accreditare con certezza che anche il Marchio V. C. d. I stia nato presso le officine Lorioli? Perchè come già detto il bozzetto non è stato ritrovato (come altri d’altro canto) e per questo non sarebbe corretto attestare come certa la paternità dello studio del marchio all’azienda. È altrettanto doveroso dire infatti che, anche se meno probabile, lo sviluppo grafico di questo marchio potrebbe esser riconducibile anche dalla ditta Picchiani e Barlacchi, ma anche qui possiamo asserirlo come ipotesi in quanto anche nei fornitissimi archivi di questa azienda di tale bozzetto non si è trovata traccia. Considerare però anche la ditta Picchiani e Barlacchi come unica possibile alternativa alla Lorioli è un atto dovuto principalmente per due indizi. Il primo perchè anche questa ditta era ben conosciuta dalla Piaggio: forniva anch’essa infatti gli scudetti per la Vespa. Il secondo indizio, più importante, prende origine dal fatto che uno dei due soci della ditta fiorentina lo troviamo niente meno tra i nomi dei soci fondatori del Vespa Club d’Italia presenti a Viareggio il 23 ottobre 1949. Il ragionier Barlacchi era infatti entrato a far parte della società dei fratelli Picchiani nel ‘21 conquistato proprio dal fascino delle medaglie prodotte dal fondatore Gastone Picchiani. Barlacchi aveva ben compreso i possibili sviluppi della ditta nel campo dello sport e fu proprio grazie alla sua intraprendenza che la Picchiani e Barlacchi si trasformò presto in industria, dando luogo a manufatti per eventi memorabili, come nel caso dei distintivi per la squadra italiana partecipante alle Olimpiadi di Berlino del 1936. Mentre l’artista della prestigiosa officina, era sicuramente il fondatore Gastone Picchiani, Barlacchi rappresentava la parte commerciale. Considerando le sue qualità commerciali dimostrate dalla mole di commesse acquisite dall’azienda al tempo non possiamo escludere con fermezza che anche il distintivo della associazione di nostro interesse non possa essere stato elaborato presso la sua azienda. Quello che è certo che entrambe le aziende produssero il distintivo con l’immagine in questione ed ognuna con conio di propria fabbricazione opera dei rispettivi incisori presenti in sede.

Picchiani e Barlacchi
Scudetti smaltati prodotti dalla ditta fiorentina alla fine degli anni 40. A sinistra è visibile lo scudetto prodotto per la Vespa; in alto a destra quello destinato al motore fuoribordo Moscone e l’ultimo quello specifico per il sidecar Piaggio.
Distintivo e punzone Fratelli Lorioli
Lo stato conservativo eccellente di questo distintivo consente di apprezzare ancor meglio l’altissimo livello di rifinitura presente al tempo. La spilla ha un diamentro di soli 14 mm. Sotto è visibile il punzone originale della F.lli Lorioli.

In ogni caso sia che si tratti di un esecuzione grafica opera della ditta milanese, che opera della ditta fiorentina, come avrete ben compreso siamo dinanzi al prodotto frutto della massima eccellenza del tempo, espressione di un’arte ammirata ancora oggi in diversi musei in Europa. Il marchio Vespa Club d’Italia nel corso della sua esistenza non rimase sempre immutato, in alcuni occasioni si è potuto infatti osservare l’inversione dei colori delle tre vespe e in altre invertite addirittura le tinte della bandiera, scelte dettate dall’intento di dare uniformità cromatica delle vespe sopra rispetto alla bandiera sotto, sacrificando però in questo modo parte del messaggio (sviscerato più avanti) contenuto nell’immagine. In altri casi la raffigurazione presentava addirittura la corona esterna scura. Diverse declinazioni quindi, ma tutte sempre in linea con tinte calde e con grafica immutata, in sostanza diversi ritocchi, ma mai stravolgimenti di stile.

E allora quale sarebbe il marchio più ufficiale tra le diverse declinazioni?
A rigor di logica certamente il marchio depositato come “Marchio d’impresa” a nome della Piaggio & C. S.p.A. il 29 dicembre 1955 e Regolarmente registrato in data 27 settembre 1956 dallo studio Barzanò e Zanardo di Milano. Un documento ufficiale e decisamente autorevole, di cui copia è tutt’ora conservata presso l’Archivio Centrale dello Stato di Roma. Il Marchio nel documento non è disponibile a colori, ma ciò non rappresenta un reale limite, in quanto i colori si possono tranquillamente desumere da una moltitudine di manifesti, targhe e depliant prodotti nello stesso periodo compreso tra il deposito e la registrazione del Marchio stesso. Per valutare lo stile presente nel Marchio è importante considerare il contesto in cui questo prese forma. In un epoca così lontana dall’attuale globalizzazione di stili, i prodotti industriali e ancor più le loro rappresentazioni pubblicitarie, frutto del taglio artistico degli illustratori del tempo, trasmettevano sentore immediato della cultura nazionale da cui provenivano. La nostra innata sensibilità italica si distingueva per un rigore lineare accompagnato però da un eleganza nobile del tratto e per la scelta delle tinte tendenti a toni sempre piuttosto caldi. Le altre nazioni europee già negli anni ‘50 utilizzavano invece tinte fredde, ad eccezione della Spagna che adottava invece toni più marcati quasi a Rappresentare il calore trasmesso dal carattere del popolo iberico. Per questi motivo le placche dei raduni, i manifesti e le cartoline italiani rappresentavano e rappresentano tutt’ora per il loro equilibrio, forse ancor più della Vespa, la massima espressione del buon gusto italiano, il famoso Made in Italy apprezzato in tutto il mondo.

Il marchio storico del Vespa Club Italia in seguito depositato presso
l’Ufficio Centrale Brevetti dalla Società Piaggio & C. S.p.A.
Atto di registrazione del marchio Vespa Club d’Italia

Nel Marchio originale, il messaggio più forte contenuto è il progresso. La corona dentata rappresenta l’ingranaggio, segno di movimento e quindi di avanzamento. Ma anche le tre vespe, proprio con quella sequenza cromatica, indicano il progresso. Osservate l’immagine: partono dal basso per andare verso l’alto: messaggio di grandezza, di proposito di sviluppo. Non solo, i tre insetti che simboleggiano lo scooter prodotto a Pontedera, partono da sinistra e si dirigono verso destra. Nella scrittura, nelle vignette come nella grafica il proseguimento dell’immagine è sempre orientato verso destra : la direzione verso destra rappresenta quindi il senso dell’avanzamento, sinonimo anche questo di progresso. Le vespe, dal basso a sinistra all’alto verso destra, volano così idealmente verso un grande futuro. Ora se quella è la direzione che prendono, la bandiera che idealmente portano, mossa dal vento prodotto nell’avanzamento, porterà giustamente ed ovviamente il verde alla sinistra dell’asta , il bianco al centro e il rosso in coda.
Perché un Marchio allora…non era mai solo un disegno.

Paolo Zanon

 

 

CARI VESPISTI, PIÙ PERSONALMENTE

Consapevole che il mio pensiero non ha certo il valore di un documento, ho deciso di staccare ciò che segue dalla parte precedente frutto di un analisi storica oggettiva. Sarà perchè ho avuto la fortuna di nascere nel Paese che ha dato i natali non solo alla Vespa ma anche a pittori, scultori e artisti di fama mondiale ed eterna, ma mi risulta difficile non apprezzare i frutti del nostro inimitabile stile. Qualcuno potrebbe ritenere esagerato ricorrere a simili riferimenti al cospetto di una discussione nata a fronte del cambiamento di un semplice marchio; ma mi chiedo: noi per caso non ci siamo sempre distinti proprio per i dettagli? Oggi si potrebbe al più decidere se mantenere il Marchio con la sequenza dei colori delle vespe o della bandiera in un modo piuttosto che
nell’altro (aspetto che come già detto fu anche al tempo oggetto di cambiamento), ma approvare il marchio attuale rappresenta invece una scelta di tutt’altra natura. In tal caso verrebbe assecondata una scelta che già porta con sé il peso di essere stata introdotta nel 2015 sembra senza alcuna approvazione dell’assemblea, ma che risulterebbe ancor più discutibile per una questione di natura estetica, storica e morale, che va ben oltre alla presunta mancanza di rispetto delle parti. Tagliare con il passato non rappresenta una forma di progresso ne una proiezione verso il futuro e non è nemmeno indice di avanzamento: per progredire bisognerebbe aggiungere più che togliere. Come possiamo poi sentirci con la coscienza a posto, proprio noi , che nel nostro mondo per dar luogo ad eventi memorabili, il più delle volte siamo costretti ad attingere ad eventi del passato? Le gimkane, le gare di regolarità, gli audax, gli Eurovespa (oggi Vespa World days) la befana del vigile, la caccia alla volpe, la caccia al tesoro, il grande gioco dell’oca, la Vespa sciatoria, le parate in costume…che oggi amiamo tanto riprodurre, le abbiamo per caso inventate noi? Oppure le stiamo solo rievocando? In definitiva cosa siamo stati capaci di realizzare in questi ultimi anni che non fosse già stato fatto dai nostri predecessori almeno sessant’anni fa? Soprattutto cari Vespisti, voi che nella stra maggioranza dei casi credete che la Vespa sia solo quella con poca materia plastica e con le marce al manubrio (in effetti anche in questo siamo arrivati per primi – Brev. C. d’Ascanio 419.620) siete sicuri di volere come simbolo un esecuzione così distante rispetto a quello che più amate? La stragrande maggioranza degli iscritti al Vespa Club d’Italia possiedono infatti ancora esemplari tradizionali, non si riesce quindi a cogliere la coerenza ed il motivo di aggiornare il marchio per imporlo al vertice di un’associazione sorretta da fruitori di un parco veicoli con alle spalle, mediamente, almeno vent’anni. Diverso sarebbe se al contrario la stragrande maggioranza degli utenti usufruisse di scooter Piaggio attuali: a quel punto potrebbe essere giustificato un restyling. Certo magari con un marchio un po più soppesato, magari con il logotipo all’interno del marchio uguale alla denominazione dell’associazione, magari con colori diversi, magari togliendo la Corsica dal momento che non fa parte del Vespa Club d’Italia e nemmeno dell’Italia. Cari vespisti la nostra dedizione, fatta di chilometri, di incontri e di tanta passione non merita di essere mortificata, assecondando uno stile che non potrà mai seguire quello presente sul più bel scooter del mondo. Di qualunque modello si tratti, dalla 98 del 46 all’ultima Px (ma potremo estendere il concetto anche alla produzione attuale) questo scooter è sempre nato dal seme del buon gusto, lo stesso buon gusto made in Italy che spetta a noi, riportare anche al Marchio. Quel simbolo che ha contribuito a motorizzare le masse e che ha consentito ai nostri padri di viaggiare ed incontrarsi, all’insegna della stessa bandiera. Forse nella frenesia dell’oggi abbiamo dimenticato di come il Vespa Club d’Italia non appartenga solo alla storia della motorizzazione, ma anche più nobilmente alla storia d’Italia. Sostituire il marchio significherebbe cancellare il rispetto di momenti solenni dove il nostro popolo attraverso questa associazione si distinse. Come il raduno sul ponte di Bassano , quando il 18 maggio del ‘52 più di tremila vespisti, da tutte le città d’Italia, Palermo, Messina, Napoli, Roma…percorrendo centinaia di chilometri giunsero nella cittadina veneta per portare il proprio messaggio di fraternità, accendendo quella che la stampa senza mezzi termini evidenziò come la “fiaccola dell’italianità”. Quel giorno i vespisti d’Italia si cambiarono la promessa di rincontrarsi a Trieste, all’epoca ancora separata dal territorio, non appena fosse stata finalmente riannessa all’Italia. Il voto scambiato sul ponte di Bassano fu sciolto a Trieste il 24 ottobre del ‘54, dando luogo ad un incontro, sostenuto da un fiume di vespisti giunti fin dalla Sicilia per abbracciare i fratelli ricongiunti. Incontri dove fraternità e solidarietà sfociarono in un tripudio di emozioni, non possono essere chiamati semplicemente raduni , perché appartengono ad un livello più alto: fanno parte della Storia del nostro Paese. Osservare nelle foto di allora come il distintivo (marchio) fosse sempre esposto in prima linea con fierezza, da Nord a Sud (il giro dei tre Mari all’epoca era seguito quasi quanto il giro d’Italia) e pensare che adesso si vorrebbe relegarlo nel dimenticatoio o sfoggiarlo solo in alcune occasioni (magari alle rievocazioni) non può non procurare amarezza.  L’atteggiamento d’oggi verso questo pezzo di Storia risuona come un atto di scarsa sensibilità, perché sfoggiare questo simbolo a proprio comodo significherebbe relegarlo ad uno spettacolo da circo itinerante. Cari amici, mettiamoci una mano sulla coscienza, non accantoniamo il passato, semplicemente per non ammettere che non abbiamo dato il giusto peso a un cambiamento che due anni fa avremmo forse dovuto approfondire prima di assecondare. Non è mai troppo tardi rivalutare ciò che ieri ci sembrava meno importante di quanto realmente sia. 

Paolo Zanon

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