1945 - Mp5 Paperino

In seguito all’Armistizio dell’8 settembre 1943 l’esercito tedesco occupò gli stabilimenti Piaggio di Pontedera, sospendendo tutte le commesse destinate alla Regia Aeronautica italiana. Dopo un primo dislocamento di uomini e macchinari in piccoli capannoni nel territorio circostante, divenne sempre più evidente la necessità di un trasferimento più massiccio, reso ancor più pressante dai primi bombardamenti alleati. A partire dai primi mesi del 1944 lavoratori e macchine cominciarono dunque ad affluire in Piemonte, e in particolare nella zona del biellese.
Nella primavera del 1944, consapevole delle sfide che avrebbero atteso l’azienda con la fine del conflitto, Enrico Piaggio valutò la possibilità di costruire un veicolo per la motorizzazione individuale, pratico e a basso costo. Il compito fu affidato a uno dei tecnici di punta della produzione aeronautica, l’ingegner Renzo Spolti, progettista di alcuni dei più celebri motori stellari degli anni ’30 e ’40. Spolti, coadiuvato dall’ingegner Vittorio Casini e da una ricca squadra di tecnici, cominciò a lavorare al progetto dopo aver esaminato lo scooter progettato qualche anno prima dal torinese Vittorio Belmondo e prodotto dalle officine meccaniche Volugrafo. In particolare, Spolti poteva disporre, a Biella, della versione “Simat” di proprietà del conte Carlo Felice Trossi, che ospitava nella foresteria del castello di Gaglianico la famiglia Casini. Spolti progettò uno scooter a scocca portante, che si distingueva da quello di Belmondo per l’ampio scudo protettivo e per il faro applicato al parafango anteriore, caratteristiche che Corradino d’Ascanio avrebbe in seguito ripreso su Vespa. La fase di progettazione prese l’avvio nell’estate 1944 (il primo disegno tecnico risale al 31 agosto), ma il primo esemplare fu terminato solo nella primavera dell’anno successivo. Pur con qualche riserva, Piaggio diede disposizione perché fosse completato un lotto di cento esemplari, che tuttavia non fu mai completato: nei primi mesi del 1946 ne erano stati realizzati solo sette, mentre il completamento dei particolari di un ulteriore numero di veicoli (si presume una settantina) fu affidato a tre ditte esterne.
Identificato dai tecnici come MP (Moto Piaggio), nelle varianti progettuali MP1/MP5, il progetto di Spolti non fece in tempo a beneficiare di un nome proprio: il veicolo fu infatti apostrofato “Paperino” da due collaudatori, inconsapevoli coniatori del suo nome “ufficioso”. Lo sviluppo del progetto comprese cinque diversi studi, che si distinguevano soprattutto per differenze al motore: alcuni esemplari furono costruiti con cambio automatico, altri con cambio manuale a due velocità. Il cambio automatico fu sperimentato sia con un automatismo a rulli sia con un sistema a cinghia guarnita con tacchetti in cuoio: la prima soluzione si dimostrò troppo pesante per la minuscola potenza sviluppata dal motore, mentre la seconda – che si ispirava al cambio utilizzato dall’americana Salsbury sullo scooter Motor Glyde – fu accantonata a causa della rapida usura dei componenti. L’esemplare esposto al Museo (numero di telaio MP5-0510) monta un motore con cambio graduale automatico, mentre l’unico altro esemplare conosciuto (telaio MP5-0554) sfrutta un cambio manuale a due velocità. Nonostante l’installazione centrale del motore donasse al veicolo una certa stabilità di marcia, il tunnel presente tra la sella e il manubrio – destinato a ospitare il propulsore – toglieva inevitabilmente una certa praticità nel prendere posto al ponte di guida. La messa in moto a spinta allontanava ulteriormente i meno sportivi, specialmente le donne, che avrebbero trovato invece nella Vespa un approccio ergonomico di maggior conforto.

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